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Nome: Pietro Saino
Malinconico, Ottimista & Pessimista, Sensibile, "Amicone", Creativo, Ozioso da morire, Intellettuale, Sportivo, "Pazzo".
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lunedì, marzo 16, 2009

Darren Hayes, ex cantante dei Savage Garden e oggi ottimo cantautore, commenta con dispiacere l'attuale crisi del mercato discografico mettendo a fuoco un problema importante: oggi la nostra società dà poco valore alla musica. E' ciò che ho sempre detto anche io: quella che io definisco "spesa culturale" sta sempre più perdendo valore. Generalmente tra i ragazzi non c'è la volontà di spendere soldi per la cultura (libri, dischi, cinema, teatro e via dicendo) abbozzando scuse tipo "i cd costano troppo" o "non ho abbastanza soldi" quando, invece, c'è sempre denaro da spendere in cocktail o vestiti. Siamo entrati in una nuova era di edonismo. Tempo fa una di quelle persone che gioca a dire che i cd costano troppo si bevve due Guinness medie spendendo 15 €...ora, direi che c'è qualcosa che non quadra, no?

 

The changing nature of the music industry is something that has become a phrase
that gets bandied about in industry articles or by managers to explain why a u2 album
can debut at number one but sell considerably less copies than the last one.
But does anyone outside the music industry really know what it means?
I haven't seen a hell of a lot of discussion about the idea of the worth of music
to the average person. Words like 'free' or 'illegal' get thrown around.
But does anyone talk about 'worth'?

Popjustice pointed out that in the UK recently, the number one single by Kelly
Clarkson was actually on sale at Amazon cheaper than the price of a first class
stamp.

I thought about this : a stamp is something you put on an envelope (probably
a bill!) and send it off never to see it again.
Whereas a song..
Well! A song is for life.
Think about the places, the moments, the memories you will associate with
a song! A great song is with you forever, underscoring all the poignant moments
in your life. Giving back to you forever thankful for your initial one time investment
you made in it.
The song keeps giving.
The value you place on the song, the price you paid for it, funds the making of more
of them. And so exists this sort of agreement between you and the song.

These days, there are fewer and fewer places a songwriter can get paid to make
a living. And let me clarify something here - the idea that musicians or rather
rock stars are 'rich' is something now reserved for the old school elite or the
handful of artists who's albums manage to become a true bestseller each year.
But for the majority of new artists or those selling smaller quantities - there is virtually
no income from actual sales.

You're probably aware of the recent dispute in the UK between youtube and
the collecting agency PPL. Rather than pay the royalties due in proportion to
the number of plays music gets on Youtube - the video sharing portal has decided
to pull music videos.

The amount of views, and traffic that music videos bring to youtube is evident
in the amount of advertising on there. Major corporations like 02 for example
spend a fortune getting to advertise to you. And Google, who own Youtube,
take those profits. But the songwriter, the musician who's hard earned work,
hopes and dreams and the the creator of the magic of which I spoke about in the beginning
presumably has far less worth.

It's sad to me when a legend like Annie Lennox - doesn't know when or if she'll make
a new album simply because it's up in the air as to if anyone will actually pay to make
it - let alone make enough income from it to justify doing it again.

What's my point? My point isn't directed at 'you' the music audience. I guess it's a
societal comment about what the devaluing of the worth of music has done to the future
of music.

There's been talk of all sorts of different models that might try to embrace the digital age
rather than ignore it. There's always talk of punishing the consumer for 'stealing' music
but the reality is - major corporations and technology providers (and let's face it
ISP's) have turned a blind eye to the devaluing of music since file sharing began.
Instead of punishing people who love music - if we're not willing to go and pay for it
anymore - why not introduce a pay for play system in the same way that radio plays
performers? If those who are currently making all the money out of music (ie youtube,
google, AOL for example) owned up and started acknowledging and paying for the content
(either legitimate or 'illegal') that draws their customers online, then maybe the future of
the music industry wouldn't be in such a fog.

postato da: pietro.saino alle ore 11:27 | Link | commenti (1)
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lunedì, febbraio 09, 2009

da "Il Corriere della Sera" - 7 febbraio 2009

IL CASO ENGLARO

La natura e il suo corso


di Ernesto Galli Della Loggia

 

E così alla fine il governo è intervenuto in prima persona con un provvedimento d'urgenza nella vicenda di Eluana Englaro. È giusto comprenderne le indubbie motivazioni di carattere umanitario, ma non per questo si può passare sotto silenzio il vulnus che il governo stesso, se questa sua decisione avesse avuto corso, avrebbe inferto alle regole dello Stato costituzionale di diritto. Un cui principio fondamentale, come fin dall'inizio ha giustamente ricordato il presidente Napolitano, è che l'esecutivo non può emanare decreti con lo scopo di modificare o rendere nullo quanto deciso in via definitiva da un tribunale.

E se Napolitano ha mantenuto questa sua opposizione fino al punto di rifiutarsi di controfirmare il decreto uscito dal Consiglio dei ministri, non si può che apprezzare la coerenza e la fermezza del capo dello Stato. Il che non vuole affatto dire però, si badi bene, che ciò che in questo caso i giudici hanno stabilito non lasci nell'opinione pubblica (e certamente, e fortunatamente, non solo in quella cattolica) profonde e giustificatissime perplessità. Le quali, data la materia di cui si tratta, possono arrivare talvolta a prendere perfino la forma di un vero sentimento di rivolta morale. A suscitare forti dubbi è proprio il fondamento stesso della decisione finale presa dalla magistratura e cioè l'asserita volontà (ricostruita ex post su base totalmente indiziaria; ripeto: totalmente indiziaria) di Eluana; la quale, si sostiene, piuttosto che vivere nelle condizioni in cui da diciotto anni le è toccato di vivere, avrebbe certamente preferito morire.

L'altissima opinabilità di questa ricostruzione è dimostrata dal semplice fatto che in precedenza per ben due volte (Tribunale di Lecco nel 2005, Corte d'appello di Milano nel 2006) le conclusioni dei giudici erano andate in direzione opposta a quella successiva: allora, infatti, essi sostennero che non esistevano prove vere e affidabili per stabilire la reale volontà della ragazza, intesa come «personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa». Poi la sentenza terremoto della Corte di cassazione; prove simili non furono più ritenute necessarie: per decidere della vita e della morte di Eluana, stabiliscono i giudici, basta adesso tener conto «della sua personalità, del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche» (si sta parlando, lo si ricordi sempre, di una persona che all’età dell'incidente aveva diciotto anni).

Ed è precisamente sulla base di questa direttiva emanata dai giudici supremi che la Corte d'appello di Milano cambia nel 2008 il proprio orientamento e quelli che prima erano indizi generici si tramutano in prove della personalità di Eluana «caratterizzata da un forte senso d'indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni ». Dunque si proceda pure alla sua eliminazione. Mi sembra appropriato il commento di un giurista di vaglia, Lorenzo D'Avack, sull'Avvenire di giovedì: «Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport, diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale ». C’è o non c’è, mi chiedo, motivo di qualche perplessità? Tanto più che contemporaneamente, come fa notare sempre d’Avack, la stessa Cassazione, in un caso di rifiuto delle cure da parte di un Testimone di Geova, stabilisce, invece, che a tale rifiuto i medici devono sì ottemperare, ma solo se esso è contenuto «in una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà».

Ma guarda un po’! Torno a chiedermi: c’è o non c’è motivo di qualche perplessità, forse anzi più d’una? Detto ciò della ricostruzione della volontà di Eluana — che pure, non lo si dimentichi, allo stato attuale è premessa assolutamente dirimente per qualunque decisione da prendere—resta un’ultima questione, quella del «lasciar fare alla natura il suo corso», come si dice da parte di chi pensa che si possa tranquillamente far morire la giovane. Un’ultima questione, cioè un’ultima domanda: davvero l’espressione «lasciar fare alla natura il suo corso» può arrivare a significare il divieto di idratazione e di alimentazione di un corpo umano? Davvero «far fare alla natura il suo corso» può voler dire far spegnere una persona per mancanza d’acqua? La coscienza di ognuno di noi risponda come può e come sa. Ma per tutto questo tempo, in realtà, il corpo di Eluana Englaro non ha ricevuto solo liquidi e alimenti; esso è stato anche costantemente sottoposto ad una penetrante protezione farmacologica senza la quale assai probabilmente non avrebbe mai potuto sopravvivere così a lungo.

È proprio da qui si potrebbe forse partire per immaginare quale soluzione dare in futuro ad altri casi analoghi. Una soluzione, questa volta legislativa, che proprio il decreto di ieri del governo mette in modo ultimativo all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, e che potrebbe fondarsi sul concetto di divieto di accanimento terapeutico, ormai pacificamente accolto nelle nostre leggi. Tale divieto, com’ è noto, si sostanzia in un obbligo di non fare, di non procedere alla somministrazioni di cure allorché è ragionevole pensare che esse non possano in alcun modo servire alla guarigione o a qualche miglioramento significativo delle condizioni del paziente; limitando in questi casi l’opera del medico solo al sollievo dal dolore. Si tratta peraltro—ed è questo un aspetto decisivo—di un obbligo/ divieto che per valere non ha bisogno di essere convalidato da alcuna decisione particolare del malato, dal momento che fa parte del codice deontologico di tutti coloro che esercitano la professione medica.

Ebbene, non riesco a vedere una ragione valida per cui nel divieto di accanimento ora detto non possa essere fatto rientrare la non somministrazione di farmaci a chi, come è il caso di Eluana Englaro, si trova da tempo in condizioni di stato vegetativo persistente al quale quelle medicine stesse non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurarne l’indefinita prosecuzione. Non produrre la morte di alcuno negandogli l’idratazione e l’alimentazione. Togliere invece ogni medicamento. Questo sì mi sembrerebbe un vero «lasciar fare alla natura il suo corso»: rimettendosi al caso o ai disegni imperscrutabili da cui dipendono le nostre vite.

postato da: pietro.saino alle ore 21:41 | Link | commenti
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domenica, gennaio 18, 2009

L'esordio del 2009 sul blog non poteva essere più amaro: l'ennesimo e terribile conflitto a Gaza.

Quello che mi inquieta del "contorno" è che ci sia tutto un fiorire di proclami e manifestazioni che di pacifico non hanno nulla. Ci sono dei surreali rigurgiti razzisti, c'è il doversi schierare per forza, ci sono i toni volgari, violenti e accesi di chi è accecato dall'ideologia più pura. Spesso queste persone sono quelle che dicono di avere  in tasca la soluzione per la Pace.  Questo processo , invece, non favorisce di certo lo sviluppo di soluzioni intelligenti e condivise per far fronte ad una cosa tanto orrenda come questa guerra infinita.

 

«Genocidio nazista a Gaza», spara il Partito Marxista Leninista intimando «lo scioglimento di Israele e la costituzione di un solo Stato per due popoli». Per carità, guai a prendere sul serio un gruppuscolo infinitamente minoritario che mette Stalin e Mao tra i Maestri: è il ruggito d'una mosca. Ma sarebbe un errore non vedere che nei dintorni di una certa sinistra stanno tornando a galla, sia pure arginati da una specie di pudore, sentimenti «antisionisti» dietro i quali si intravede l'ombra della solita bestia razzista.

Sono segnali, capiamoci: solo segnali. Facili da spacciare come casi isolatissimi all'interno di una reazione corale sobria e saggia. Un paio di bandiere con la stella di David sostituita dalla svastica al corteo di ieri della sinistra extraparlamentare. Un altro paio di bandiere israeliane bruciate nei giorni scorsi. E-mail immonde smistate da internauti «rossi» che incitano a ribellarsi contro «il mostro giudaico-talmudico-sionista che ci domina» e lanciano la parola d'ordine: «Distruggiamo quest'incubo razzista e genocidario infame!». Sventurate dichiarazioni alle agenzie dell'«esule» rifondarolo Marco Ferrando, fondatore del lillipuziano Movimento per il Partito comunista dei lavoratori secondo il quale chi brucia le bandiere israeliane non deve «vergognarsi di nulla» perché brucia «non la bandiera dell'ebraismo, ma la bandiera del sionismo: cioè di uno Stato coloniale nato dal terrore contro il popolo arabo e che si perpetua, da 50 anni, con i metodi del terrore». Frattaglie. Impossibili da spacciare, nemmeno in giornate come queste dominate dalle immagini spaventose di una guerra sconvolgente, per «antisemitismo di sinistra».

Come spiega Amos Luzzatto, a lungo presidente dell'Unione comunità ebraiche italiane e autore del libro «Conta e racconta. Memorie di un ebreo di sinistra», «l'antisemitismo "di sinistra" come atteggiamento innato e necessario di un'idea di sinistra non c'è. Ma certo, dell'antisemitismo esiste anche a sinistra. D'altra parte, se la sinistra appartiene a questa società...». Un paio di anni fa suo figlio, Gadi Luzzatto Voghera, docente di Storia dell'ebraismo a Venezia e certo estraneo alla destra, ha scritto un libro («Antisemitismo a sinistra ») per dimostrare che «sinistra e antisemitismo non sono incompatibili» fin dai tempi in cui il «mito dell'ebreo capitalista, ricco, usuraio» entra «nell'immaginario della sinistra nella seconda metà dell'Ottocento e non ne esce più». Tesi condivisa, ad esempio, da Shalom Lappin, del King's College di Londra, protagonista del «Manifesto di Euston», secondo cui «grandi fette d'una sedicente sinistra fanno causa comune con estremismo, totalitarismo ed antisemitismo». O ancora da chi in Francia, come racconta un'inchiesta di Paolo Rumiz, denuncia il triangolo perverso «fra tre antisemitismi: quello del nazionalismo arabo, quello dell'estrema destra e quello dell'estrema sinistra antimondialista».

Certo, siamo lontani dagli abissi ricostruiti da Riccardo Calimani in «Ebrei e pregiudizio». Dove si racconta, ad esempio, che quando Stalin (che pure favorì la nascita di Israele «prima con aiuti massicci di armi cecoslovacche all'Haganah, l'esercito clandestino ebraico, e poi con il voto all'Onu e il riconoscimento formale del nuovo Stato») scatenò «la sua offensiva con gli oppositori, gli agitatori politici alimentarono l'odio contro Trockij e contro Ztnovev lasciando intendere che non era un caso che entrambi complottassero e fossero ebrei». Alla larga dai paralleli.

C'è però un fastidiosissimo «link» tra gli orrori di ieri e le storture di oggi. Ce lo dice il libro «La confessione» dove Arthur London, un ebreo cecoslovacco, comunista, precipitato nell'incubo dei processi staliniani, ricorda il suo interrogatorio: «Il giudice istruttore mi domanda bruscamente di precisare per ognuno dei nomi che verranno citati nell'interrogatorio se si tratti o meno di un ebreo; ma ogni volta nella sua trascrizione sostituisce la designazione di ebreo con quella di sionista: "Facciamo parte dell'apparato di sicurezza d'una democrazia popolare. La parola giudeo è un'ingiuria. Perciò scriviamo sionista"». Assurdo, si ribella London. Il giudice fa spallucce: «Del resto anche in Urss, l'uso della parola giudeo è proibita». Basta sostituirla e, oplà, ecco l'antisemitismo politicamente corretto. Fatta la tara all'immensa diversità della situazione, è proprio così diverso, oggi, il gioco di un pezzo, minoritario, di sinistra?

Piero Fassino, qualche anno fa, rispose così: «Rappresentare Israele come uno Stato militarista, aggressore o, come qualcuno dice, fascista, è una sciocchezza, come lo è non riconoscere che Israele è una società democratica. Identificare la politica della destra israeliana con Israele tout court è un'operazione che non viene fatta con nessun Paese al mondo». Era, allora, il segretario dei Ds e riconosceva che «ci sono settori della sinistra che hanno parole d'ordine fondate su un pregiudizio ideologico e manicheo verso Israele, che spesso "coprono" il resto» e disse di riconoscersi nella tesi di Adriano Sofri. Il quale, denunciando i ritardi e le ambiguità di «tanta sinistra», aveva tagliato corto: «Non possiamo confidare nell'Europa e tanto meno amarla se non amiamo lo Stato di Israele (in nessun altro caso userei un'espressione come «amare uno Stato») e il suo popolo misto, coraggioso e spaventato. Il suo popolo, non soltanto le minoranze ammirevoli, i pacifisti che fraternizzano con gli arabi di Israele e di Palestina, i riservisti renitenti, le donne che difendono la vita e un'altra idea di coraggio, gli intellettuali che onorano la verità e non la sottomettono a una nazione».

C'è chi dirà: ma li avete visti, oggi, i bambini di Gaza? Immagini che fermano il respiro. Ma proprio per questo, a chi come l'ex deputato rifondarolo Francesco Caruso disse (in momenti diversi) che era «meglio essere uno di Hamas all'italiana, che un Mastella alla palestinese», vale la pena di ricordare quanto spiegò anni fa Giorgio Napolitano. Riconoscendo che «prima che nel Pci, a partire dagli anni 80, si affermasse una posizione politica coerente, se c'era antisemitismo si presentava nelle vesti di antisionismo». Ricordò, il futuro capo dello Stato, che «si protrasse a lungo l'equivoco di una contrapposizione al sionismo: come se questo costituisse un'ideologia reazionaria che nulla aveva a che vedere con la storia del popolo ebraico, e come se fosse l'incarnazione di un disegno di oppressione nei confronti dei palestinesi, un disegno di potenza dello Stato d'Israele». Ecco, possibile che quell'«equivoco» possa protrarsi ancora?

Gian Antonio Stella
 Corriere della Sera - 18 gennaio 2009

postato da: pietro.saino alle ore 13:01 | Link | commenti
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mercoledì, dicembre 10, 2008

"Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo"

Ho scoperto da poco questo aforisma di Gandhi. E' illuminante e molto vero. Una piccola perla di saggezza che scelgo per arricchire questo Natale.

Troppo spesso si ha la tentazione di dire che, se le cose vanno male, è giusto accodarsi allo schifo e sguazzarci, approfittandosene. Credo che il pensiero di Gandhi sia invece profondamente giusto perchè incita l'uomo a dare il meglio di sè, a distillare le cose belle che sono presenti in ognuno di noi.

postato da: pietro.saino alle ore 11:02 | Link | commenti
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domenica, novembre 09, 2008

Sto compiendo l'esercizio di sintetizzare i contenuti di ciò che scrivo per risultare più "agile" da leggere. In realtà non è che sia una iniziativa che mi convince totalmente: se si vuol affrontare un argomento in modo non superficiale bisogna per forza di cose andare ad approfondire e ad analizzare anche quelli che sembrano dettagli insignificanti. In alcuni casi, comunque, la sintesi può essere positiva...

Comincio con "Metamorfosi" di Raf:

Il nuovo album di Raf, uscito a distanza di due anni dal precedente "Passeggeri distratti" , si profila come un buon album pop anche se non come uno dei migliori lavori dell'artista pugliese.

Il titolo del cd, "Metamorfosi" appunto, non allude ad alcuna metamorfosi musicale quanto, invece, al  delicato tema delle trasformazioni che subiscono le persone, i sentimenti, la vita intera. E proprio la canzone "Metamorfosi" è uno dei "perni" su cui si poggia questo album: il brano, scritto a quattro mani da Raf e dalla moglie Gabriella Labate, è intenso e dispensa una "saggia semplicità".

Tra gli altri "pilastri" del cd figura "Ossigeno", tipica ballad raffiana di ottima costruzione melodica che, però, non spicca per originalità. In "Lacrime e fragole" e "Non è mai un errore" la collaborazione con Pacifico dà i suoi frutti: il testo della prima ammanta di delicatezza ciò che viene narrato mentre la seconda canzone è un intenso e riuscitissimo affresco di un addio in cui le sensibilità di Raf e Pacifico si trovano e si sposano perfettamente.

Il resto del cd è contrassegnato da buoni momenti che però non raggiungono la qualità dei precedenti lavori ("Ouch" e "Passeggeri distratti" sono due album di grande valore e ispirazione).Questo è evidente in qualche passaggio di brani dove si percepisce una sorta di "stanchezza" e di poca aderenza col mondo musicale di oggi. In "Giù le mani dal cuore" si cede alla tentazione di piazzare  un addio tra amanti (forse il tema più riuscito della "tavolozza" di Raf) dove in realtà c'entra ben poco, ne "L'era del gigante" si espone una generica e troppo poco approfondita coscienza politica. Un difetto, questo del non saper esporre in modo efficace la propria coscienza politica, che accompagna Raf già da un po'.

Sempre presente il rap che in Raf sa essere così originale, piacevole e ben costruito. Una nota sul termine "bello/a": quando questo aggettivo, apparentemente scontato, risuona nel canto di Raf, vibra di una sincerità particolare. Lode a lui che sa credere e provare quello che canta, cosa piuttosto rara.

 

rafffvd1

postato da: pietro.saino alle ore 12:47 | Link | commenti
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martedì, ottobre 21, 2008

 

 

 

 

 

postato da: pietro.saino alle ore 20:28 | Link | commenti (1)
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mercoledì, ottobre 08, 2008

Nell'ultimo album di Raf c'è una canzone che mi emoziona e che in generale rappresenta bene certe mie sensazioni. Si intitola "Metamorfosi" e dà anche il titolo all'album. E' una canzone che fa della semplicità che esprime la sua saggezza, e  riesce, nei 4 minuti della sua durata, a "pennellare" piccoli squarci di paure/gioie/speranze/spiritualità/amore/malinconia... Il tutto condensato in una struttura melodica partecipe senza essere invasiva, dolce senza essere melensa e soprattutto coinvolta delle sincere emozioni dell'autore.

Le metamorfosi della vita sono continue: degli affetti, degli amori, delle distanze, delle emozioni. E cantare che "ogni giorno è il giorno migliore" diventa un inno alla vita, la quale sa dispensare dolori ma anche tanta gioia, mescolando sofferenza e felicità nel nostro divenire.

Quel "mentre il mondo cade giù/ chiede il paradiso al diavolo", per me, è la descrizione di quanto avviene quando si verifica un qualche tracollo: c'è la forte tentazione all'edonismo e all'egoismo, al cinismo. Il mondo cede allo squallore, alla soddisfazione immediata. Tentazione che Raf vuol respingere affermando il valore di  rimanere "là fuori dal tempo", di astrarsi quando tutto è una sorta di inferno mascherato da paradiso.....

 

 

METAMORFOSI

C’è qualcosa che nasce da lì
Dove tutto finisce e così
Quando non c’è più niente da fare
C’è qualcosa che…

C’è qualcosa, qualcosa di te
Tra le parole in disordine
E i pensieri scomposti e smarriti
Sparsi qua e là…

Forse il mondo riuscirà
A rifarsi il trucco e l’abito
Come una farfalla che mi gira intorno
E in fondo è un po’
Come se tu fossi sempre quà
Puntualmente, in ogni cosa bella che mi capita
Per ricordarmi che ogni giorno è il giorno migliore

Siamo in viaggio da sempre
Qui dove niente si crea
Nè si distrugge
Tra realtà illusorie
E infinite metamorfosi…

E anche l’abbraccio più intenso
Quando credi che sia l’ultimo
E’ qualcosa di più, di più, di più


Mentre il mondo cade giù
Chiede il paradiso al diavolo
Io resto sempre più là fuori dal tempo
Dove sarai a nasconderti, chissà
Da qualche parte, in qualche angolo della mia anima
Oggi un anno se ne va ma è un giorno come gli altri
Uno qualunque
Si, un anno se ne va ma è un giorno come gli altri
Uno qualunque
Perchè ogni giorno è il giorno migliore
Ogni giorno è il giorno migliore…

 

postato da: pietro.saino alle ore 23:49 | Link | commenti (8)
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venerdì, settembre 19, 2008
postato da: pietro.saino alle ore 14:42 | Link | commenti (1)
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giovedì, settembre 18, 2008

Un intervento nella rubrica "Lettere al Corriere" (Corriere della Sera del 4 settembre) ha catturato la mia attenzione:

 

"Caro Romano, il 90% delle persone non sa perchè vive, lavora, procrea e muore e non sa neanche di non saperlo. Il 9% crede di saperlo, i religiosi in positivo e gli atei in negativo. Lo 0,9% non lo sa e sa di non saperlo, ci pensa e ci ripensa freddamente e 'professionalmente', sono i filosofi e gli agnostici. Infine ci sono io che non lo so, so di non saperlo, mi angoscio, mi dispero e non riesco a capire tutti gli altri, che comunque mandano avanti questo assurdo mondo senza senso. Perchè?"

 

 

La lettera mi ha colpito perchè dice esattamente quello che mi capita spesso di pensare: oggi c'è la religione del Lavoro senza neanche sapere perchè si lavora. Il lavoro è senza dubbio un valore e "nobilita l'uomo" ma allo stesso tempo mi inquieta il fatto che si presti la propria vita ad un meccanismo -quello che manda avanti il mondo- senza sapere o indagare sul perchè lo si fa. La ragione per la quale siamo in vita e per la quale moriremo dovrebbe essere alla base di tutto ciò che ne discende. E invece constato sgomento che c'è chi vive facendosi trasportare dagli eventi e reputando questi eventi il senso stesso delle cose.

 

 

 

 

 

 

postato da: pietro.saino alle ore 09:04 | Link | commenti
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venerdì, settembre 05, 2008

Leggo sul Corriere di oggi che Sarah Palin, la governatrice dell'Alaska scelta da John McCain come sua vice alle prossime elezioni presidenziali USA, ha definito la guerra in Iraq un conflitto avvenuto per "volontà di Dio". Devo dire che questo tipo di affermazioni mi fanno venire i brividi: cosa ci possiamo aspettare se questo genere di persone prenderà le redini degli Stati Uniti? 

Oltre a ciò non riesco proprio a capire perchè nessuno critichi frasi come queste; frasi che strumentalizzano Dio e la religione a favore di manovre politiche e (pseudo) ideali di una sola parte.  E poi: dove sono tutti quelli che -a volte a ragione, a volte no- si indignano quando il Papa, Dio o Gesù vengono attaccati, vituperati o citati a sproposito?

Io credo, riprendendo ciò che disse Caparezza poco tempo fa, che un'affermazione come quella della Palin sia ben più indegna di una bestemmia. Perchè accostare Dio alle atrocità della guerra è mistificare completamente l'insegnamento che incarna Dio stesso, che è Amore e apertura all'altro, al "diverso".

Dio non c'entra niente con gli interessi economici legati ad  un conflitto nato dalla deliberata invenzione di fantasmagoriche armi di distruzioni di massa (ricordo che anche Colin Powell fu costretto ad ammettere che gli elementi che sembravano legittimare un intervento in Iraq "non erano solidi nè veritieri") e mi inquieta che chi si autoproclama fiero ambasciatore di valori religiosi sia capace di arrivare a concepire simili concetti...

postato da: pietro.saino alle ore 18:02 | Link | commenti (2)
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mercoledì, settembre 03, 2008

Colgo l'occasione per tornare a scrivere sul Blog proponendo un confronto che secondo me incarna bene due anime, quella più prettamente Rock e quella Pop, che sono anche due modi di intendere le emozioni e anche un po' di rapportarsi col mondo. Ovviamente col termine "pop" non voglio assolutamente intendere la musica commerciale, scritta a tavolino e con testi annacquati per adolescenti in crisi: intendo semplicemente quell'anima che discende dalla strada intrapresa dai Beatles (che, a loro tempo, erano contrapposti ad un modo completamente diverso di interpretare il mondo, quello dei Rolling Stones).

Qui sotto ho postato la stessa canzone: si tratta di "Tougher than the rest" di Bruce Springsteen (1987) e della cover del medesimo pezzo interpretata da Darren Hayes, ex leader dei Savage Garden.

Tanto Springsteen è ruvido, virile, sanguigno e malinconicamente innamorato, tanto Hayes è delicato, vellutato, raffinato e malinconico.

Entrambi cantano l'amore ma lo fanno da angolazioni completamente diverse ed affascinanti.

Io mi sento decisamente più "pop" come emozioni ed approci. Ma ammiro e "spio" chi si rapporta alle cose in modo diverso da me!

 

 

TOUGHET THAN THE REST

Well It's Saturday night
you're all dressed up in blue
I been watching you awhile
maybe you been watching me too
So somebody ran out
left somebody's heart in a mess
Well if you're looking for love
honey I'm tougher than the rest

Some girls they want a handsome Dan
or some good-lookin' Joe on their arm
Some girls like a sweet-talkin' Romeo
Well 'round here baby
I learned you get what you can get
So if you're rough enough for love
honey I'm tougher than the rest

The road is dark
and it's a thin thin line
But I want you to know I'll walk it for you any time
Maybe your other boyfriends
couldn't pass the test
Well if you're rough and ready for love
honey I'm tougher than the rest

Well it ain't no secret
I've been around a time or two
Well I don't know baby maybe you've been around too
Well there's another dance
all you gotta do is say yes
And if you're rough and ready for love
honey I'm tougher than the rest
If you're rough enough for love
baby I'm tougher than the rest

 

 

 

postato da: pietro.saino alle ore 21:43 | Link | commenti
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sabato, agosto 02, 2008

Sul Corriere della Sera di oggi, Sabato 2 Agosto, Ernesto Galli Della Loggia affronta il problema del cosiddetto "caso Englaro", del testamento biologico e della psicosi circa l'intromissione ecclesiastica nella stesura delle leggi.

Trovo che Galli Della Loggia abbia una capacità unica di affrontare un argomento traendone deduzioni logiche nitidissime e, contemporaneamente, evitando l'insidia di ideologie e di superficialità (inaccettabile tratto che uno spazio come l'Editoriale di un quotidiano dovrebbe quantomeno scongiurare; la realtà dei fatti, purtroppo, sembrerebbe ampiamente comprovare che non è così...).

 

IL DIBATTITO SU ELUANA

Difendere i diritti della persona umana


di Ernesto Galli Della Loggia

 

Si faccia avanti chi sarebbe disposto a far dipendere la propria vita, il proprio diritto di essere lasciato in vita, da un giudizio da lui stesso pronunciato quando aveva 16 anni, in circostanze che non lo riguardavano affatto personalmente, e dunque quando, come è ovvio, non poteva neppure lontanamente immaginare che quel giudizio allora espresso avrebbe potuto decidere un giorno, dopo anni e anni, della sua esistenza. Eppure è proprio questo, in sostanza, quanto ha deciso la giustizia italiana nel caso di Eluana Englaro, immersa da molto tempo nella misteriosa condizione del coma profondo. Bisogna tenerlo bene a mente per capire che chi si oppone a sospendere la somministrazione per via artificiale di acqua e di «cibo» a Eluana —perché solo di questo si tratta, di acqua e di «cibo», non c'è nessuna «macchina che la tiene in vita» come invece dicono in tanti, a dimostrazione della disinvolta superficialità con cui spesso ci si pronuncia su un caso senza preoccuparsi neppure di conoscerne i termini reali —chi si oppone a questo, appunto, difende semplicemente il diritto di ognuno di decidere lui, e nessun altro, della propria vita.

Difende il primo e più elementare diritto di libertà, che nessun giudice, nessun tribunale, nessuna sentenza, può usurpare o confiscare. Con il caso di Eluana Englaro l'eutanasia e il testamento biologico non c'entrano propriamente nulla. E semmai a rigor di logica, e se la logica ha un senso, proprio chi sostiene la liceità dell'eutanasia e del testamento biologico (testamento biologico la cui introduzione legislativa io ad esempio personalmente auspico) dovrebbe essere oggi a favore del mantenimento in vita di questa nostra sfortunata concittadina. Quella liceità, infatti, è reclamata dai suoi fautori precisamente in nome della volontà del soggetto: ma della volontà libera di questi, a lui direttamente ed espressamente imputabile, voglio sperare, non già della sua volontà presunta, come invece è accaduto nel caso di cui stiamo discutendo. Nessun tribunale di Milano o di Vattelapesca, soprattutto in assenza di una qualunque legge votata dai miei rappresentanti, ha il diritto di dire quale sarebbe stata presumibilmente la mia decisione sulla mia morte, può arrogarsi il potere di desumere tale mia volontà su base indiziaria (indiziaria!) e per giunta sulla base di indizi debolissimi se non inconsistenti.

E infine: solo in un Paese sempre pronto a farsi accecare dalla faziosità, e nel quale una parte dell'opinione pubblica sembra ormai vivere dominata dall'ossessione fobica dell'«ingerenza clericale», solo in un Paese così è possibile interpretare un caso come questo episodio alla luce di uno scontro tra cattolici e laici. Ma stavolta l'opinione dei cattolici o l'«ingerenza clericale» non c'entrano nulla. C'entrano, per usare un'espressione adeguatamente aulica, solamente i «diritti della persona umana». La cui difesa sarebbe assai singolare che venisse lasciata solo alla Chiesa di Roma e al suo magistero, senza che dal mondo liberale, pure a parole oggi così affollato, non si alzasse una voce forte e decisa di protesta.

postato da: pietro.saino alle ore 13:52 | Link | commenti
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mercoledì, luglio 30, 2008

Il video qui sotto è bellissimo e commovente. E' una storia che dice molto sull'affettività animale e del rapporto che un uomo può coltivare con un "amico a quattro zampe".

Ho rielaborato il testo tratto da Corriere.it.

Nel 1969 due ragazzi australiani, John Rendall e Anthony Bourke, videro da Harrods un cucciolo di Leone chiuso in gabbia. Preoccupati dal futuro che il cucciolo avrebbe potuto avere di fronte a sè e dal fatto che fosse tutto solo, decisero di acquistarlo e di adottarlo.

I due ragazzi, ottenuto dal parroco della zona in cui vivevano il permesso di far crescere il cucciolo nel campetto situato vicino alla chiesa,  accudirono Christian, questo il nome del leoncino, per un paio d'anni.

Ma nel 1971 si resero conto che Christian non poteva più vivere in quell'angolo di città: doveva conoscere la vera libertà che ogni animale selvaggio merita. Si misero così in contatto con George Adamson, un ambientalista che viveva in Kenya e, a malincuore, decisero di portarlo in una riserva naturale nel Paese africano. Qui Christian crebbe velocemente e divenne presto un capobranco.

La nostalgia per Christian era troppo grande e nel 1972, un anno dopo la separazione, Rendall e Bourke partirono per il Kenya per rivedere il loro ex cucciolo: l'ambientalista Adamson fece notare ai due australiani che Christian non era più il piccolo animale di una volta, ma era diventato un feroce e selvatico leone che aveva passato l'ultimo anno completamente libero. Tuttavia Rendall e Bourke non si fecero intimorire dalle parole dell'ambientalista e, una volta entrati nella riserva naturale, si misero alla ricerca di Christian. Come mostra chiaramente il filmato i due australiani non si erano sbagliati: appena li vide il leone, proprio come faceva quando era un cucciolo, mostrò tutta la sua felicità e cominciò a giocare con i due ex padroni.

 

Il filmato raffigura prima Christian da cucciolo coi suoi padroni e poi il fatidico incontro del 1972 nella riserva naturale in Kenya.

 

 

 

 

postato da: pietro.saino alle ore 18:47 | Link | commenti
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lunedì, luglio 28, 2008

Pubblico un illuminante articolo di Ernesto Galli Della Loggia, uscito sul "Corriere della Sera" di Lunedì 7 Luglio, relativo ai retaggi ideologici della sinistra. Condivido in toto la sua analisi che, come al solito, trovo lucida e veramente intelligente.

 

GIROTONDI E PD

I TRE MITI ETERNI DELLA SINISTRA

 

Neppure gli organizzatori si aspettano che alla manifestazione dei girotondi di domani a Roma partecipino più di alcune migliaia di persone. Ciò nonostante, come si è visto in questi giorni, una simile adunata di persone certo non oceanica, appoggiata solo da un partito forte di appena il 3% dei voti ma da nessuna organizzazione di massa, da nessun sindacato, è in grado di mettere in grave imbarazzo il Partito democratico, di creare forti tensioni sia alla sua base che tra i suoi esponenti di vertice. Com' è possibile? È possibile perché l' iniziativa girotondina, pur avendo alle spalle ben poche forze, evoca però tre grandi miti che dominano da sempre l' immaginario e la pratica della sinistra italiana. a) Il primo mito è quello delle «due Italie», delle quali, come è ovvio, la sinistra si sente sempre chiamata a impersonare (e come potrebbe essere altrimenti?) l' Italia dei Buoni. Dei «buoni italiani» in lotta perenne contro gli «italiani alle vongole», gli italiani cattivi i quali invece hanno, loro soltanto, il monopolio di tutti i vizi del Paese: calpestano le leggi, evadono le tasse, parcheggiano in seconda fila e non amano né il Csm né il protocollo di Kyoto. Sarebbero dotati addirittura di un altro Dna, come ha suggerito appena ieri Nanni Moretti. È una visione rassicurante (se vinci è perché ragionevolmente alla fine il bene non può che trionfare; se perdi è perché, altrettanto ragionevolmente, i furfanti, come si sa, trovano sempre il modo di avere la meglio) ma ha soprattutto il grande vantaggio di semplificare radicalmente ogni questione, e di alimentare così, anche per questa via, b) il secondo mito, che è quello dell' «unità». Unità che ha la sua principale raffigurazione nella fatidica «manifestazione unitaria»: come per l' appunto pretende, vuole a tutti costi, esige assolutamente di essere quella di domani, anche se, piuttosto paradossalmente, essa è indetta da una sparutissima minoranza. Ma tant' è: come potrebbe giustificarsi infatti la divisione dei buoni di fronte al male? Solo in un modo, semmai, e cioè solo con il più o meno celato passaggio di una parte dei buoni stessi nel campo nemico. Ed è precisamente questo il ricatto che fa capolino di continuo dietro il mito dell' Unità: se non stai con noi, già solo perciò vuol dire che almeno per una parte stai potenzialmente con «gli altri». Il mito dell' Unità diviene così la premessa necessaria del mito del Tradimento. Entrambi, insieme al mito della «Nazione dei buoni», tendono sempre, comunque, a porre la politica fuori dell' ambito suo proprio: a farne un' appendice della morale. Non a caso Vincenzo Cerami ha definito «bacchettoni di mestiere» gli organizzatori della manifestazione di domani. Parole ruvide che però servono bene a indicare il c) terzo mito che domina immaginario e pratica della sinistra: il mito del moralismo.  Il moralismo è il modo classico in cui la sinistra declina la tendenza all' antipolitica che da sempre, e oggi più che mai, alligna anche nelle sue file. Laddove la destra è abituata a declinare l' antipolitica nelle forme del disincanto qualunquistico spinto fino al cinismo, la sinistra, invece, l' incanala in quelle dell' eticismo condotto al limite dell' arroganza di tipo razzista. Ma pur se nelle forme del moralismo l' antipolitica non cessa per questo di adempiere la sua funzione abituale. Che consiste nel rendere superflua la fatica di pensare, di misurare, di distinguere; e nel considerare un pavido, un misero emulo del «sor Tentenna», chiunque a tale fatica non intenda rinunciare. Ecco dunque qual è la vera forza dei girotondini. È la minaccia che immediatamente pesa su chi osa, a sinistra, dissentire da essi; la minaccia cioè di vedersi accusati di mettere in dubbio tre grandi capisaldi dell' ideologia diffusa della sinistra stessa: la convinzione di avere il copyright del bene, di dovere essere tutti uniti contro il male e, infine, che si è puri solo se si è duri. Il problema, insomma, non sono poche migliaia di «girotondini». Come quasi sempre accade in Italia, il problema sono i nodi che la storia ha intrecciato e che ora è maledettamente difficile sciogliere.

postato da: pietro.saino alle ore 15:08 | Link | commenti
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mercoledì, luglio 23, 2008

Il tema della Vita, lungo il percorso verso Santiago, è stato pensato, sondato, interrogato. Mi ha ispirato, messo paura, donato serenità, procurato inquietudine.

Non mi è servito un Cammino verso Santiago per capire che la Vita è la cosa più importante e bella che accomuna tutti noi, atei o credenti. Dovrebbe essere un minimo comun denominatore che, in qualche modo, ci "irradia" tutti quanti ma pare non sia così.

Senza voler essere ideologico e senza voler "attraversare" la retorica, io penso che la situazione di Eluana sia delicatissima e che tutte le parti in causa -Eluana, la famiglia, gli amici, e tutti coloro che ci tengono ad esprimere una opinione su una materia così difficile- meritino rispetto.

Però sento anche che sia giusto "schierarsi", esprimere un giudizio. Cosa importante e necessaria, secondo me.

Il mio punto di vista mi dice che in questo caso non c'è nessun testamento biologico di Eluana e che, perciò, non sappiamo la sua volontà.

Non voglio assolutamente mancare di rispetto al padre ma mi pare un gesto veramente insensato quello di uccidere un essere umano basandosi solo su parole affidate alla memoria di un papà. Parole dette chissà in quale stato d'animo, dette in chissà quale età. Parole che oggi potrebbero essere totalmente diverse, chi lo sa.

E credo sia questo uno degli argomenti spinosi della questione: anche se esistesse un testamento biologico, come potremmo essere sicuri che il malato non abbia avuto modo, nel frattempo, di cambiare idea? ma credo anche nel diritto. Di tutti.

Detto questo, non posso non dare un supporto, seppur minimo e simbolico, a chi ogni giorno si batte per la Vita. Non sono uno di quelli che vuole a tutti i costi imporre l'ombra della sua etica sugli altri. So che c'è chi la pensa diversamente da me ed è corretto che sia tutelato. Ma so anche che io credo in tutti quelli che sperano nella vita, che credono in un Amore scevro da ogni condizione psicofisica. Che credono e che si battono. Credo in questo tipo di Cultura. Che non impone un'etica ma la propone, si batte per essa tramite i fatti (tantissimi), il dialogo e gli strumenti democratici.

Così ecco che ho "partorito" una "piccola invenzione" per supportare chi vuole che Eluana viva. Giuliano Ferrara, ancora una volta, si dimostra persona intelligente e "vispa", al di là di altre cose su cui non ho concordato.

Una foto che ritrae una bottiglia. L'acqua, segno di vita. Attraversata dalla luce, segno di speranza e di bellezza. Una luce che squarcia un buio terribile.

 

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postato da: pietro.saino alle ore 01:49 | Link | commenti (2)
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mercoledì, luglio 02, 2008

E finalmente riesco a realizzare uno dei desideri che avevo cullato in questi ultimi anni: partire alla volta del Cammino di Santiago. Partirò da Salamanca e percorrerò il Camino Fonseca, percorso segnato dalla solitudine, dai tori e dalle querce.

Mi imbarco verso un duro viaggio, sia fisico che soprattutto interiore. Spero di tornarne arricchito, più equilibrato, più saggio e più aperto alla Vita. Forse delego troppo ad una semplice esperienza ma sarebbe bellissimo se riuscissi a portare a casa con me un pezzo di quella evoluzione che il Cammino, da sempre, regala a chi lo intraprende. Un po' mi spaventa l'ardua lotta con me stesso ma credo che l'accettarsi sia un po' croce e delizia di questa esperienza. Ce la farò? lo spero tanto...

In tanti sanno della mia passione per Indiana Jones...avevo manifestato il desiderio di portare con me la mitica frusta appesa al cinturone ma ho deciso che è giusto lasciarla a casa. Il Cammino è un'altra cosa e poi il vortice impetuoso di questi ultimi giorni mi impedisce di essere così matterello....diciamo che la mia parte fanciullesca sarà ben rappresentata dal cappello di Indy, che userò contro le intemperie. Almeno ha una sua utilità e parla del mio stile.

 

Un abbraccio a tutti.

Appena tornerò pubblicherò racconterò questa particolarissima esperienza.

 

Pietro

 

MAPARUTA60

 

postato da: pietro.saino alle ore 00:26 | Link | commenti (2)
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venerdì, maggio 23, 2008

Non sapete quanto mi dispiaccia scrivere questo post.

Ieri sera sono andato finalmente a vedere il film che aspettavo da 19 anni, "Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo" e devo, a malincuore, ammettere che è una pellicola che lascia molto a desiderare.

Purtroppo "Indy IV" non regge affatto il confronto con gli episodi precedenti: è tanto paradossale quanto vero affermare che è un film di azione con (relativamente) poca azione. A visione ultimata salta subito all'occhio che la famosa "regola aurea" che Lucas e Spielberg si erano imposti negli anni '80 (incastonare nella trama una scena d'azione ogni 15/20 minuti), nel "teschio di cristallo" è completamente saltata: ci sono praticamente solo 3 grandi sequenze d'azione (prologo nell'area 51, inseguimento in motocicletta e inseguimento tra veicoli nella giungla) in cui la presenza del personaggio Indiana Jones è ben lungi dall'essere vigorosa e preminente. Harrison Ford, esteticamente parlando, è ancora perfetto nelle vesti dell'archeologo ma evidentemente non ha più le forze per sostenere quell'azione così fisica che viene richiesta al personaggio. Ecco che in questo modo si limita a veramente pochissimi (e spesso stanchi) accenni del suo repertorio classico, lasciando il campo a forze fresche come quelle di Shia LaBeouf il quale è autore di una buona prova fisico/attoriale.

Negare la vocazione alla cinesi di Indiana Jones significa minare le basi e l'impianto su cui si regge il mondo di Indy.

Ma il disappunto non finisce qui: l'azione, come è ovvio, lascia il posto a fin troppi dialoghi che appesantiscono il film senza dare una vera e propria progressione narrativa. Dialoghi che quasi mai hanno un guizzo, un tocco vivido che contraddistingueva le passate sceneggiature. Giustamente si gioca con l'avanzata età del protagonista ma in alcuni casi (e mi riferisco, ad esempio, alla scena delle sabbie mobili) addirittura si esagera riducendo Indy ad una "macchietta", fine ingloriosa ed immeritata per un personaggio dall'aura mitica. Indiana Jones perde in un sol colpo parte del suo carisma da leader e, ciò che è peggio, il suo naturale istinto nell'osare...è ostentatamente invecchiato.

Neanche la trama del film colpisce particolarmente: in alcuni passaggi pare gratuita e il sopravvalutatissimo David Koepp (Spiderman, Jurassic park) riesce a renderla anche più complicata di quanto non sia in realtà. Pare incredibile ma la presenza di alcuni personaggi sembra addirittura piuttosto gratuita: il ritorno di Marion Ravenwood non è gestito con la dovuta enfasi: il perchè del suo ingresso nella storia non è abbastanza chiaro e il suo potenziale apporto si limita ad alcuni "telefonati" battibecchi con Indy che paiono essere una copia scolorita della brillantezza dei dialoghi della trilogia originale. La sceneggiatura, peraltro, non sfrutta questi litigi appieno e non si prende il tempo necessario per cercare di descrivere una intimità ritrovata tra Indy e Marion i quali, fin troppo superficialmente, riprendono la loro intesa che sfocerà poi in un finale tanto grottesco quanto irritante per un film di Indiana Jones.

Del tutto insipidi e abbozzati, del resto, anche i personaggi interpretati da Ray Winstone (anch'esso una copia scolorita della malvagia ma molto più complessa Elsa de "L'ultima crociata") e John Hurt.

L'Irina Spalko interpretata da Cate Blanchett è anch'essa piuttosto anonima, non certo così crudele e subdola come gli antagonisti suoi predecessori. Viene sicuramente penalizzata dal più grande neo del film, la sceneggiatura: il villain da lei interpretato non ha la capacità di influire sugli snodi della trama, non riesce mai a cambiare il corso degli eventi ma si limita a lunghi dialoghi o ad una presenza un po' sterile e mai veramente minacciosa nelle scene di azione. Il doppiaggio italiano, nel suo caso, di certo non la aiuta.

Sul versante tecnico si può promuovere a pieni voti la fotografia densa ed evocativa di Kaminsky mentre la regia di Steven Spielberg, sebbene sempre di grande qualità ed eleganza nel pennellare moltissime inquadrature e nel costruire molte sequenze, risulta comunque fiacca, "col fiatone", senza quel piglio energico e rocambolesco presente, invece, nella trilogia originaria. Spielberg non mette a suo agio neanche un John Williams particolarmente assente quando chiamato a sottolineare musicalmente certi passaggi che richiedono un surplus melodico che evochi pathos e suspense: la celeberrima Raiders' march è poco sfruttata ma c'è da dire che in questa pellicola il vero eroismo d'azione che essa sapeva così bene celebrare è piuttosto latitante.

Altra pecca è il notevole uso della computer graphic: in molti passaggi è del tutto inverosimile e lascia parecchio a desiderare, specie quando si parla di creature e di animali (quanto a inverosimiglianza e a poca cura del dettaglio estetico rasenta addirittura l'imbarazzante la scena con protagonista Mutt che si dondola sulle liane affiancato dalle scimmie). Ciò lascia quantomeno increduli perchè da un film di Spielberg non ci si aspetterebbe così poca qualità ed attenzione a dettagli così macroscopici. Se mi è consentito un paragone, direi che l'esito estetico dell'effetto speciale a computer non è distante da un clone di Indiana Jones, La Mummia.

Tirando le somme, si può affermare che Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è un film banalmente gradevole ma figlio di una alchimia studiata a tavolino, in moltissimi punti deficitario di pathos. Ciò è attribuibile al lavoro di Koepp, certamente una scrittura che non si colloca ai livelli che tutti conosciamo. I vary Kasdan, Boam e Katz seppero, anni fa, evocare mistero, esotismo, paura, quella foga e quell'ardire che solo i grandi personaggi eroici posseggono. Questo quarto Indiana Jones, oltre all'innegabile piacere di rivedere sullo schermo un personaggio caro a tutti e di cui sentivamo la mancanza, dispensa veramente poco e si tratta, a tutti gli effetti, di una copia scolorita ed annacquata dei film da cui discende. A mio parere le uniche tracce del vero Indiana Jones sono riscontrabili solo nel prologo, gustoso ed avvincente anche se già da subito più "stanco" e posticcio che in passato.

 

 

postato da: pietro.saino alle ore 12:13 | Link | commenti (2)
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giovedì, maggio 15, 2008

postato da: pietro.saino alle ore 19:48 | Link | commenti (2)
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martedì, maggio 13, 2008

Prima di iniziare a vedere questo film ero attanagliato da un dubbio amletico: americanata pazzesca o "buon film", come anche qualche critico vicino al mio modo di vedere il cinema e la narrazione (Piera Detassis) l'ha definito?

Mi sono bastati pochi minuti per capire che Cloverfield è una pellicola interessante, ricca di spunti, addirittura sperimentale. Per chi non conoscesse o non avesse visto il film di Matt Reeves (e prodotto dal bravo J.J. Abrams) ecco un piccolo riassunto: Cloverfield racconta l'invasione di NY da parte di uno spaventoso mostro (che si ispira e ricorda Godzilla) e dei suoi "figlioletti", fino alla decisione da parte del governo USA di far evacuare la città al fine di raderla al suolo con dei potenti esplosivi.

Il tema, non nuovo, viene trattato in maniera decisamente originale: osserviamo il dipanarsi della vicenda attraverso l'occhio della handycam di uno dei protagonisti.  La storia inizia con la classica schermata con le "barre" colorate ed alcuni sottotitoli ci aiutano a capire che stiamo visionando il nastro girato dal videomaker amatoriale. Lo spettatore, quindi, vive letteralmente nella vicenda. C'è una focalizzazione interna che regna sovrana e che cancella qualsiasi tipo di istanza narrante di altro genere. La peculiarità di Cloverfield sta nell'utilizzare dei validi effetti speciali entro questo tipo di inquadratura "amatoriale", mossa, instabile. Su tutto regna questa parzialità della visione e dell'esperienza che rende tutto molto "vero", alimentando un sano pathos.

E' molto interessante questa scelta del "nastro ritrovato" perchè permette, con il semplice spunto narrativo che il nostro amatore abbia inavvertitamente registrato sopra una mini dv già utilizzata (il filmino ritrae l'idillio amoroso di due protagonisti), di raccontare i personaggi, le loro psicologie ed i loro trascorsi facendo "cozzare" tra loro le immagini di un mondo rassicurante e "tranquillo" con quelle della distruzione e del panico, espressioni di gioia con ritratti di terrore e di paura. 

Lo spunto drammaturgico dell'invasione del mostro, poi, non impedisce a Cloverfield di restituire stralci di verità da post 11 settembre e descrizioni apocalittiche molto vivide che ricreano con efficacia l'atroce imbattersi in eventi terribili (siano essi attacchi terroristici o calamità naturali), in un crescendo di psicosi e di paure generate proprio dal fatto di non avere una visione generale della vicenda, una panoramica di ciò che sta distruggendo il mondo come lo conoscevamo.

Un esperimento che non può non ricordare il (secondo me) riuscito The blair witch project che, oltre alla scelta di affidare la narrazione ad uno dei protagonisti, optava di relegare l'elemento "mostruoso" nel fuoricampo. Cloverfield non sceglie questa direzione anche se la parzialità della visione permette di non abusare degli effetti che, in ogni caso, non costituiscono certo il fulcro del film, anzi: i protagonisti si trovano spesso a fuggire da un qualcosa che non si vede o perlomeno non si riesce a distinguere precisamente. Elementi del fuoricampo come rumori sinistri e crolli concorrono a costruire la tensione che, in definitiva, si alimenta moltissimo anche di ciò che la macchina da presa finisce per non inquadrare direttamente.

 

cloverfield-poster-thumb

postato da: pietro.saino alle ore 17:59 | Link | commenti
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venerdì, maggio 09, 2008

Qui sotto il secondo trailer di "Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo" nella versione doppiata in italiano. Da notare che il doppiaggio è abbastanza scadente: l'espressione vocale dei personaggi non è certo sugli standard che contraddistinguono la nostra tradizione in questo campo. Probabilmente il lavoro è stato fatto molto frettolosamente e ancor prima del completamento del doppiaggio dell'intera pellicola. In altre parole i doppiatori si sono limitati a dar voce ai personaggi senza avere una panoramica generale della storia e questo li ha resi "orfani" della possibilità di rendere al meglio sentimenti ed intenzioni dei protagonisti.

 

 

 

 

 

postato da: pietro.saino alle ore 12:24 | Link | commenti
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mercoledì, aprile 30, 2008

 

Ecco il secondo trailer di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Fantastica la russa Cate Blanchett!

Questo secondo trailer racconta molto più del primo e mostra, ancora una volta, che gli effetti speciali ci sono eccome!

 

 

postato da: pietro.saino alle ore 12:37 | Link | commenti
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giovedì, aprile 24, 2008

 

 

 

postato da: pietro.saino alle ore 10:50 | Link | commenti (1)
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martedì, aprile 15, 2008

 

E' da sempre uno dei film che amo di più. L'esordio da regista di Mel Gibson si concretizza in una storia delicata e raccontata benissimo, senza un dialogo fuori posto, senza una sbavatura, senza un attore che non sostenga degnamente il suo ruolo nell'economia del racconto. Racconto che tratta il tema della ricerca del padre, dell'illusione della libertà a tutti i costi, dell'autorità, dell'affettività frustrata. I due attori protagonisti (Mel Gibson stesso, col volto sfigurato per metà, ed il giovane Nick Stahl) sono perfetti nel loro duetto regalando una prova di altissima intensità.

Il film è del 1993 e già 15 anni fa mi resi conto che la critica cinematografica va letta sì ma mai presa come IL parere supremo, il gusto oggettivo, l'interpretazione più lucida e saggia. Se si va a spulciare su due dei più importanti dizionari cinematografici in commercio (il Mereghetti ed il Morandini) si scoprirà che questi due critici hanno una bassa opinione di questo film. Che io considero, invece, un piccolo gioiello di ispirazione. La critica più grande che si muove alla pellicola è quella di aver eluso i passaggi più problematici del libro da cui è stato tratto (L'uomo senza volto di Isabelle Holland): docente e alunno hanno una attrazione che sconfina nella pedofilia.  Gibson ed il suo sceneggiatore Malcolm McRury, invece, si concentrano su tematiche più profonde, meno morbosette (il libro non è davvero paragonabile al film) e molto importanti.

Ecco uno stralcio (preso da http://www.comune.codigoro.fe.it/comune/sett12/sociali/icare/Uomo%20senza%20volto.htm) di lettura molto efficace e, a mio modo di vedere, vero:

"...La crescita come bisogno di un'identità (la necessità di un volto)
L'uomo senza volto indicato dal titolo del film sembrerebbe a una interpretazione letterale riferirsi a McLeod: non appena appare sulla scena lo si vede infatti sfigurato, senza volto appunto, e immediatamente scatta l'identificazione; e tuttavia a una riflessione più meditata ci si accorge che tale appellativo, se letto in chiave metaforica, è riferibile ad entrambi i protagonisti, così come ci vengono presentati nella situazione iniziale.
La proibizione di insegnare ha tolto a McLeod non solo la possibilità di esercitare una professione ma ha incrinato profondamente la sua stessa identità: gli è stata imposta una maschera, una falsa immagine cui egli si ribella e dalla quale vuole liberarsi, prima ancora che dinanzi agli altri, ai suoi stessi occhi; McLeod ha bisogno di verificare chi egli è veramente e trova in Charlie l'occasione di mettersi nuovamente alla prova e riguadagnare la sua vera identità.
Come lui anche il ragazzo è "senza volto" e non solo per questioni anagrafiche, ma anche perché chi gli sta intorno gli ributta addosso un'immagine negativa: agli occhi di chi lo circonda è uno stupido, uno destinato al fallimento e dal quale non si può sperare molto.
Il film ci racconta come attraverso un rapporto profondo, leale, ognuno dei due riesca a fare un passo avanti in quello che è il compito di ogni uomo: trovare se stesso, cercare il proprio compimento.
Che questo percorso ci sia stato (e vedremo come) lo confermano anche la scena iniziale e quella conclusiva che, creando una sorta di circolarità, ripropongono la stessa situazione ma con modalità di rappresentazione differenti che segnalano il cambiamento intervenuto e aprono a nuovi orizzonti.
La situazione cui ci riferiamo è quella della cerimonia in cui si festeggia il conseguimento del diploma all'Accademia. La prima scena è presentata in chiave onirica, come se fosse un sogno di Charlie, e la rappresentazione assume toni grotteschi e parodistici: i parenti di Charlie sono visti deformati o ridotti al ruolo di schiavi dietro a lui che avanza portato in trionfo: ma è un trionfo che svanisce subito mentre la sua voce fuori campo commenta:
"…Ma nel mio sogno c'era sempre un volto che non riuscivo a vedere, del quale sentivo la nostalgia, laggiù oltre quel muro di folla."
La seconda scena, sulla quale si chiude film, rappresenta invece in modi realistici il compimento di quel sogno e in questo caso la stessa voce fuori campo afferma:
"Ma adesso davanti a me vedo sempre un volto, laggiù oltre il muro di fondo".
Il volto di cui si parla la prima volta è un volto indefinito, di qualcuno che egli non conosce mentre, nella seconda scena, è quello di McLeod: ma perché il ragazzo provava nostalgia di un volto? E cosa significa che alla fine l'ha trovato? Cosa sta ad indicare questo volto?
La parola volto ci pare indichi sinteticamente l'intimità più profonda di ogni uomo, quel "quid" indefinibile che lo fa essere se stesso, ciò che lo rende unico e irripetibile, inimitabile, la sua identità: essa gli è certo data come impronta originale ma deve al tempo stesso essere ricercata, compiuta, costruita giorno per giorno secondo quella che cristianamente viene chiamata "vocazione".
Il volto così inteso vive di una strana paradossalità: quella di essere contemporaneamente un "già", un dato presente e un "non ancora", una realtà concreta e perciò de-finita dal suo essere nello spazio e nel tempo, con precise caratteristiche e insieme un'apertura sull'infinito mistero dell'essere; è un segno che vela e contemporaneamente svela ciò che siamo, l'inesauribilità della persona.
Ogni uomo percepisce questa unicità, la ricchezza che potenzialmente è inscritta in lui e il desiderio che muove l'essere umano nella vita è proprio quello di trovare qualcosa di rispondente, di soddisfare questo bisogno d'infinito che siamo, di realizzarsi secondo la misura infinita che ci portiamo dentro."

 

 

 

postato da: pietro.saino alle ore 17:43 | Link | commenti (3)
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mercoledì, aprile 09, 2008

 

 

Semplice. Essenziale. Sincera. Vera. Gradevole. Uso questi 5 aggettivi per descrivere "Bubbly", la canzone della "nuova scoperta" Colbie Caillat. La quale ha uno stile piano, leggiadro tipicamente femminile. Sono curioso di ascoltare gli altri pezzi del suo album....


Bubbly Video

postato da: pietro.saino alle ore 11:46 | Link | commenti
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lunedì, marzo 31, 2008

postato da: pietro.saino alle ore 17:46 | Link | commenti
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giovedì, marzo 27, 2008

Commovente, epica, arrabbiata ed arguta. La nuova canzone del mitico Caparezza è tutto questo. Sono contento che Capa abbia voluto mostrare un qualcosa che raramente concede: il sentimento. Che, quando è genuino, ispirato e "vero", non può che essere una delle massime espressioni dell'uomo.

 

Caparezza dimensioni caos cover

 

Piacere / Luigi delle Bicocche
Sotto il sole faccio il Muratore e mi spacco le nocche
da giovane il mio mito era l’attore Dennis Hopper
che in Easy Rider girava il mondo a bordo di un Chopper
invece io passo la notte in un Bar Karaoke
se vuoi mi trovi lì / tentato dal videopoker
ma il conto langue e quella macchina vuole il mio Sangue
un soggetto perfetto per Brahm Stoker
TU
che ne sai della vita degli Operai
io stringo sulle spese / Goodbye Macellai
non ho salvadanai da Sceicco del Dubhai
mi verrebbe da devolvere l’otto per mille a Snai
io sono il pane per gli usurai ma li respingo
non faccio l’Al Pacino / non mi faccio di Pachinko
non gratto / non vinco / non trinco / nelle sale Bingo
man mano mi convinco

[RIT]

che io sono un Eroe
perchè lotto tutte le ore
sono un Eroe
perchè combatto per la pensione
sono un Eroe
perhcè proteggo i miei cari / dalle mani dei Sicari / dei cravattari
sono un Eroe
perchè sopravvivo al mestiere
sono un Eroe
straordinario tutte le sere
sono un Eroe
E te lo faccio vedere
ti mostrerò cosa so fare col mio superpotere

[STR 2]

Stipendio dimezzato / o vengo licenziato
a qualunque età io sono già fuori mercato
fossi un ex SS novantatreenne / lavorerei nello studio del mio avvocato
invece torno a casa distrutto la sera
bocca impastata come calcestruzzo in una betoniera
io sono al verde / vado in bianco / ed il mio conto è in Rosso
quindi posso rimanere fedele alla mia bandiera ?
SU
vai / a vedere nella galera / quanti precari / sono passati ai mal’affari
quando t’affami / ti fai / nemici vari
se non ti chiami Savoia scorda i Domiciliari
finisci nelle mani di strozzini / ti cibi
di ciò che trovi se ti ostini a frugare i cestini
ne l’Uomo ragno ne Rocky ne Rambo ne affini
farebbero ciò che faccio per i miei Bambini

[RIT]

[STR 3]

Per far denaro ci sono più modi / potrei darmi alle frodi
e fottermi i soldi dei morti come un banchiere a Lodi
c’è chi ha mollato il Conservatorio per Montecitorio
lì i pianisti sono più pagati di Adrien Brody
io vado avanti e mi si offusca la mente
sto per impazzire come dentro un Call Center
vivo nella camera 237 / ma non farò la mia famiglia a fette
perchè sono un Eroe

[RIT]

postato da: pietro.saino alle ore 14:55 | Link | commenti
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lunedì, marzo 17, 2008

...qualche sera fa ho finalmente visto il famoso "Il ladro di orchidee". Ne ho comprato il dvd, sicuro che il mitico Charlie Kaufman (geniale sceneggiatore del film) non mi avrebbe certamente deluso: del resto adoro "Eternal sunshine of the spotless mind" (evito, per pudore, di citare il terribile titolo che i distributori italiani hanno affidato a questa pellicola) che reputo un vero e proprio capolavoro di regia e, appunto, sceneggiatura.

Purtroppo ho dovuto constatare che "Il ladro di orchidee" (titolo originale "Adaptation") non è un film all'altezza del lavoro da me amato e che vede alla regia un altro genio: Michel Gondry... il quale, essendo uno degli autori del plot di "Eternal sunshine", ha avuto un peso più che determinante nel successo dell'opera. "Adaptation" si struttura come un gioco di scatole cinesi: ad uno sceneggiatore -Charlie Kaufman, appunto, qui interpretato da un buon Nicolas Cage- viene affidato il compito di adattare per il cinema il libro che una giornalista (se non ho capito male, nella vita reale la giornalista altri non è che la moglie di Spike Jonze, regista del film) ha scritto. Trattasi di un reportage -non di una storia, di uno sviluppo- su di un curioso e folkloristico personaggio capace di commerciare con qualsiasi articolo, anche con le orchidee. Kaufman, in preda al panico a causa del difficile compito, inserisce se stesso all'interno della sceneggiatura e quindi assistiamo al dipanarsi di due piani del racconto che andranno ad incrociarsi nell'epilogo. La sensazione che ho avuto è stata quella di un film che non ha saputo risolversi, che non riesce nè a "tenerti incollato alla poltrona" con l'interesse di scoprire "cosa accadrà", nè ad incantare con tocchi di poesia o di ironia (poca e concentrata soprattutto all'inizio) nei dialoghi. Kaufman ha esplicitato tutta la sua frustrazione nel non essere capace di adattare il fatidico romanzo. Oltre a questo c'è poco altro. Il film, al di là di qualche virtuosismo registico e concettuale, è addirittura noioso e sembra non riuscire mai a rispondere ad una domanda che, minuto dopo minuto, diventa sempre più incalzante: "e quindi?"  : )

postato da: pietro.saino alle ore 17:53 | Link | commenti (3)
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lunedì, marzo 10, 2008

Locandina 2

postato da: pietro.saino alle ore 14:42 | Link | commenti (4)
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mercoledì, marzo 05, 2008
Una cosa tremenda, atroce quella che è successa. inaccettabile che cose del genere si verifichino dopo tutto quello che è accaduto anche in tempi recenti.

francamente il commento di Beppe Grillo a riguardo mi è sembrato un po' ideologico e demagogico.. ma non è la prima volta.

semplicemente: l'Italia è un paese in cui non si rispettano le regole. è un fattore culturale. bisogna cambiarlo. se si rispettano le regole molte di queste tragedie si potrebbero evitare.
quanti medici, ad esempio, escono a prendersi il caffè tenendosi addosso il camice? siamo tutti un po' così....pressapochisti....sarebbe ora di fare una cosa che non ha appartenenza politica: rispettare le regole che la comunità si è data. fino a pochissimi anni fa la stragrande maggioranza degli italiani non teneva le cinture allacciate in auto per chissà quale paura di apparire "out" (mentre in Europa la gente la metteva eccome, la cintura). possibile? in termini di regole da rispettare siamo quasi sempre gli ultimi!
per questo sono convinto che, specialmente con gli italiani, ci voglia il cosiddetto pugno di ferro: sanzioni pesanti ad ogni minimo sgarrare.
postato da: pietro.saino alle ore 14:51 | Link | commenti
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martedì, marzo 04, 2008

In tempi di Festival (ormai terminato), non posso non proporre una delle migliori performance di sempre...una delle migliori vocalist mai viste al festival che interpreta una canzone gradevolissima e "fresca"...peccato che il repertorio di Alexia non sia all'altezza di questo pezzo perchè come cantante lo meriterebbe tantissimo!

 

 

postato da: pietro.saino alle ore 17:01 | Link | commenti
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